Generalmente non affronto discorsi relativi al cosiddetto “guadagno on line” tramite la redazione di blogW, forum o webzine, principalmente perché non riguardano quello che potrebbe essere individuato come il target (o se preferite la “mission”, per usare un termine molto caro ad alcuni) di questo sito, evidentemente orientato verso la pubblicazione di contenuti relativi alla tecnologia, all’informatica e alla programmazione.
In passato, però, ho analizzato più volte quella che è la forma più diffusa di advertising on line, ovvero Google Adsense, più che altro per esprimere dei giudizi di merito, piuttosto che “consigli per l’uso” o “metodi per usarlo al meglio”.
Con queste premesse ho letto con una certa curiosità l’articolo pubblicato sul Corriere della Sera che, a sua volta, prendendo spunto da un pezzo di Mark Penn sul Wall Street Journal, riferisce come in America, sembra che fare il bloggerW stia diventando una professione non solo eccezionalmente diffusa, ma anche molto redditizia.
Naturalmente, per cogliere il senso esatto di quanto pubblicato ho dovuto riferirmi molto attentamente all’articolo citato, dato che nel pezzo pubblicato sul blog del Corriere, alcuni numeri erano snocciolati in maniera casuale e, molto probabilmente, anche posizionati ad arte per incuriosire ed affascinare il lettore.
Anzitutto è importante sottolineare un dato importantissimo: tutto quanto affermato nei due articoli va ovviamente inquadrato nella realtà americana e non è in alcun modo (almeno per il momento) riconducibile ad uno scenario nemmeno minimamente probabile nel nostro paese.
Una media di 100.000 visite uniche al mese (è meglio precisare l’intervallo temporale perché nel pezzo in italiano non viene fatto) può garantire una rendita annua di 75.000 $ all’anno ?
Probabilmente negli Stati Uniti potrebbe anche essere possibile, ma sicuramente non solo grazie al “pay per click” o al “pay per view”, se non in congiunzione con altri canali di introito come la pubblicazione di “post su richiesta” (ovvero dietro pagamento da parte di uno sponsor) su determinati prodotti o argomenti di settore, l’adesione a “circuiti pubblicitari” dedicati molto più remunerativi di Adsense o similari o addirittura la scrittura a pagamento di articoli su altri blog o magazine on line.

Una cosa è certa, se i blogger sono sempre di più (in America hanno quasi raggiunto in numero gli avvocati), la percentuale di coloro che guadagna veramente bene da questo “lavoro”, se così possiamo definirlo, è certamente ridotta rispetto alla totalità, o perlomeno non riesce a guadagnare la cifra media indicata come punto di riferimento.
Spostando, però, la situazione nel nostro paese, proviamo ad isolare un caso specifico. Questo blog per esempio, ha una media di circa 15.000 visite al mese: al momento, senza alcun tipo di ottimizzazione o ricerca di particolari posizionamenti dei banner pubblicitari in esso presenti (anche perché, come ripeto, la presenza dei medesimi non è finalizzata in alcun modo alla monetizzazione) i ricavi non raggiungono i 60 $ mensili.
Ipotizzando il raggiungimento del numero di 100.000 visite, facendo un rapido calcolo basato ovviamente su una media aritmetica, si potrebbe raggiungere al massimo una cifra di 400 $, valore be lontano dai 6250 $ medi ipotizzati nel pezzo di Mark Penn. Ovviamente si parla di un blog che non punta sulla pubblicità e che, in ogni caso non è ottimizzato in alcun modo per essa, quindi l’esempio non è assolutamente né esaustivo e né indicativo, però può dare un’idea del “dislivello” numerico tra quelle che possono essere le stime americane (che giocano anche su una platea decisamente più vasta grazie all’uso della lingua inglese) e la realtà italiana.
Il succo del discorso è però un altro: sull’onda della diffusione di informazioni di questo tipo (e anche di altro genere) stiamo ormai assistendo al proliferare di nuovi blog spesso inutili contenitori di notizie riciclate o dalla stampa estera o da quella locale. Il fenomeno è preoccupante perché è lesivo su due differenti livelli: il primo relativo all’originalità dei contenuti che non solo disorienta i lettori, ma anche i motori di ricerca che, spesso, forniscono notizie inesatte o incomplete proprio in relazione alla duplicazione delle informazioni. Il secondo in merito alla riduzione delle capacità di penetrazione dei blog più di spessore o di nicchia che, magari, non riescono ad emergere nei meriti e nelle modalità dovute.
In buona sostanza, guadagnare con un blog, cercando di sostituire con esso un’attività di lavoro standard, almeno in Italia è molto difficile (sicuramente non impossibile) e non certo alla portata di tutti, soprattutto tenendo conto del numero di ore che si dovrebbero dedicare ad essa (in America i blogger professionisti arrivano a lavorare anche 60 ore alla settimana, se non di più).
Probabilmente sarebbe auspicabile che i media ed i canali informativi fossero un po’ più realisti nella fornitura di notizie riguardo questo delicato argomento: ne gioverebbe tutta la rete e, soprattutto, la qualità delle notizie pubblicate dai cosiddetti “editori non professionisti” che, al momento, è a mio avviso un po’ in declino.