29 gennaio 2009  3

Tre storie di vita e di morte

Generale 

Erminio era un persona incredibile. Ex sindacalista e convinto uomo di sinistra, insegnava la storia e la filosofia con metodo innovativo e anticonformista, inusitato per i tempi e spesso inviso ai colleghi più avvezzi al tradizionalismo imperante che da sempre ha contraddistinto alcuni settori dell’insegnamento.

Egli aveva la capacità di coinvolgere e spingere alla riflessione, ed era in grado di fare emergere le capacità nascoste che si possono celare nelle giovani menti, ancora acerbe, degli studenti degli istituti superiori.

Il mio rapporto con le materie di studio è sempre stato controverso: appassionato nelle materie scientifiche e al tempo stesso svogliato nel loro approfondimento. Interessato da quelle umanistiche, ma distratto nella loro comprensione più intrinseca.

Erminio riuscì a darmi fiducia e a farmi comprendere il senso delle cose. A lui devo la mia vocazione umanistica, oltre che scientifica. A lui devo la mia capacità di riuscire a vedere oltre la mera apparenza.

Subito dopo l’esame di maturità, il silenzio. Preso dal mio imprescindibile desiderio di scrutare nuovi orizzonti, mi dimenticai inevitabilmente di lui.

Dopo molti anni, venni a conoscenza della sua morte dovuta ad una malattia terribile, avvenuta poco tempo dopo il mio diploma. Non mi sono mai perdonato di non essere riuscito a parlare con lui almeno un ultima volta.

Maurizio era un uomo elegante e raffinato. Ricordo con affetto la moltitudine di accessori di cui amava dotarsi per agevolare il suo vizio del fumo. Tabacco, sigari e sigarette di pregio lo accompagnavano sempre durante le sue lezioni all’università: li manipolava, ci giocherellava, ma raramente fumava durante le lezioni.

Maurizio era l’informatica, anzi l’informazione automatica. Questa la definizione con cui esordì il giorno che lo conobbi. Esperto di basi di dati, era in grado di creare dal nulla un seminario o una lezione; a lui erano sufficienti pochi spunti per creare discorsi affascinanti e stimolanti colloqui. E’ sempre stato il mio punto di riferimento per la didattica.

Ho sempre sperato di poter avere un giorno le sue capacità; lui lo sapeva ed era conscio che le capacità c’erano, ma erano nascoste in fondo alla mia apparente timidezza. Le estrapolò con forza e le rese evidenti, naturali, inevitabili.

Maurizio non è stato solo il mio docente, il mio tutor, il mio relatore il giorno della tesi, ma principalmente anche un amico. A lui devo le prime esperienze di insegnamento, la consapevolezza delle mie capacità didattiche, i miei primi progetti “importanti” sia nel pubblico (le università) che nel privato (le aziende).

Dopo la laurea, soprattutto se in una materia scientifica, ci si sente “diversi”, “invincibili” e tutto sembra semplice e scontato se la propria specializzazione (l’informatica) vive il primo periodo del boom della new economy, quando sembrava che l’IT promettesse ricchezza sicura e posizioni di pregio.

Le opportunità di lavoro mi fecero allontanare da Maurizio e dall’insegnamento accademico, considerato un progetto a scadenza infinita e poco remunerativo.

Qualche anno fa ho saputo della sua morte, anch’essa dovuta ad una malattia tanto terribile quanto imprevista. Ho rivissuto degli attimi di flashback, come se si ripetesse un episodio già visto, e nuovamente non mi sono mai perdonato di non essere riuscito a parlare con lui almeno un ultima volta.

Matteo mi ha accompagnato durante tutta la mia vita. Non era un uomo particolarmente affettuoso, ma era presente, anche se la sua presenza viveva di un’interpretazione del tutto particolare.

Matteo ha favorito i miei studi e agevolato la mia passione per l’informatica e la tecnologia. Ho sempre pensato a lui come un “geek degli anni ‘70 e ‘80” ; appassionato di innovazione ha sempre seguito con celato entusiasmo tutte i miei “deliri” sugli argomenti che poi sono diventati la mia passione ed il mio lavoro.

La mia sicurezza si è sempre appoggiata sulla sua presenza, discreta e, a volte, quasi impercettibile. Il suo rapporto sia con Erminio che con Maurizio fu intangibile e quasi distratto, come se fosse conscio che la sua presenza necessitasse di figure complementari, per la maturità della mia formazione.

Non ho mai “parlato” molto con lui, anche perché lui stesso era fondamentalmente schivo e riservato e, probabilmente, non era mai riuscito ad aprire il suo grande cuore agli altri, soprattutto a chi amava di più.

Matteo mi ha lasciato esattamente due anni fa, il 29 gennaio 2007, anche lui vittima di una malattia tanto terribile quanto lunga ed inevitabile.

Matteo era mio padre. Non mi sono mai perdonato di non essere riuscito a parlare “veramente” con lui almeno un ultima volta.

Il senso di queste tre storie, apparentemente banali e appartenenti alla quotidianità delle esistenze comuni, è che troppo spesso la nostra voglia di “crescere” supera i nostri affetti, li trascura, per poi trasformare un inziale entusiasmo in una apparente ingratitudine.

Non desidero dare lezioni di vita o ergermi come giudice implacabile del mio passato; penso di essere l’ultima persona titolata a farlo. Il mio consiglio va a chi come me ha voluto “correre da solo” o si appresta a questo: è meglio fermarsi a riflettere sui propri desideri e sui propri obiettivi e valutarli in funzione dei propri affetti, perché solo questi ultimi ci potranno sorreggere nei momenti più bui.

Io l’ho fatto e mi piace pensare che Erminio, Maurizio e Matteo ogni tanto mi osservino ancora e mi indichino la via, perché anche se ormai sono più vecchio e forse anche più saggio, ho ancora molto da imparare da loro e da tutti coloro che durante la mia vita, hanno contribuito a rendermi migliore.

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Commenti (3) -

Paolo Bee
Paolo Bee
29 gen 2009 alle 15:55  01
Quel Maurizio ho avuto la fortuna e l'onore di conoscerlo anch'io..
Forse ti farà piacere sapere che oggi, per qualcuno, tu rappresenti ciò che quelle tre persone rappresentavano per te un tempo.

Un abbraccio.
pillola
pillola
31 gen 2009 alle 11:21  02
Molto toccante e certamente sentito il tuo scritto, una proiezione del passato e del presente, del tuo presente.
Altrettanto toccante lo scritto di Paolo Bee, il quale, invece, ti illustra la via del futuro.

Un caro saluto

Cristiano
Cristiano
31 gen 2009 alle 16:12  03
@ Paolo Bee:
Quanto tu affermi è molto confortante: nella vita di ciascuno di noi l'importante non è apparire quanto trasmettere.
Ho imparato la lezione un po' tardi, ma spero di avere ancora molto tempo davanti a me per recuperare.
Grazie Wink

pillola ha scritto:
Altrettanto toccante lo scritto di Paolo Bee, il quale, invece, ti illustra la via del futuro.
Spero di riuscire a percorrerla come lui auspica, ovvero nel migliore dei modi.
Un abbraccio anche a te Smile

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